2 novembre, scorrazzando tra usanze italiane sottobraccio a Camilleri

La settimana scorsa abbiamo cercato di risalire alle origini della festa di Halloween che oggi è diventata di moda. Adesso cerchiamo di andare ancora più a fondo, scoprendo le tradizioni più comuni che esistono nei vari paesi d’Italia e del Mondo.

Il culto dei morti può definirsi come il primo atto di consapevolezza della vita che l’uomo ha avuto; quando ha iniziato a seppellire i corpi dei suoi simili, egli ha capito che la vita non terminava con la morte ma si trasformava in qualcos’altro. È interessante osservare quali tipi di sepoltura l’uomo primitivo ha praticato e con quali riti li ha accompagnati: in quasi tutti si coglie l’idea di una nuova nascita (sepoltura in posizione fetale) o di un viaggio da intraprendere verso un mondo più o meno oscuro (si pensi agli oggetti che venivano messi accanto ai corpi o le figure mitologiche dei traghettatori). Inoltre, tutte le civiltà, pur mantenendo la consapevolezza che dal mondo dei morti e delle ombre non si poteva ritornare ad una vita come i viventi, hanno dedicato momenti dell’anno all’incontro con loro. Momenti che non erano fonte di tristezza, ma momento di gioia, divertimento, condivisione.

Quindi, anche all’interno del Cristianesimo, la Commemorazione dei Fedeli Defunti è stata accompagnata nel passato da particolari tradizioni che oggi si vanno perdendo. Lo scrittore Andrea Camilleri fa memoria delle tradizioni della Sicilia nel modo tipico dei suoi racconti:

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

La notte passava nell’attesa e nell’abitazione fino al mattino, quando i bambini si sarebbero recati alla ricerca dei cestini, perché i Defunti un po’ giocherelloni, li avevano nascosti da altre parti. “Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbreI dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza”. (Da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri).

Dopo questo rito, ci si recava tutti a far visita alle tombe dei familiari. Nell’Italia del Nord si usava preparare la tavola prima di recarsi al Cimitero e lasciare acqua e pane perché i Defunti potessero rifocillarsi (Piemonte e Valle D’Aosta), in Friuli si aggiungeva anche un lume perché ritrovassero la strada. Nelle campagne cremonesi ci si alzava presto e si rifacevano i letti perché i morti potessero riposare e poi si andava di casa in casa per chiedere la farina e il pane con cui si preparavano le “ossa dei morti”. In Liguria, invece, si preparavano i “bacilli” – fave secche – e i “balletti” – castagne bollite. Io ricordo che i miei familiari  mi facevano mettere sul davanzale un po’ di castagne cotte, la sera tra l’1 e il 2, perché i Defunti potessero mangiare.

Spostandoci in Umbria, si confezionavano gli “stinchetti dei morti”, dolci a forma di fave, una tradizione antichissima che serviva a montare un po’ di dolcezza nella malinconia. In Abruzzo, oltre all’usanza di lasciare il tavolo da pranzo apparecchiato, si lasciavano dei lumini accesi alla finestra, tanti quante sono le anime care, e i bimbi si mandano a dormire con un cartoccio di fave dolci e confetti come simbolo di legame tra le generazioni passate e quelle presenti. A Roma si consumava il pasto accanto alla tomba di un parente per tenergli compagnia; questa tradizione si trova anche in altre parti del mondo. Altra usanza romana era riservata a coloro che avevano trovato la morte nelle acque del Tevere: alla sera, alla luce delle torce, ci si recava sulle sponde del fiume per celebrare un rito. In Sardegna, infine, la mattina del 2, i bambini andavano per le case e ricevevano in regalo dolci, pane fatto in casa, melograni, uva passa e mandorle…Dappertutto, poi, si preparava un piatto o un lume per i Defunti.

La Festa del 2 Novembre era un momento di particolare unione con tutta la famiglia e non solo un momento di mestizia. La settimana prossima andremo a scovare le tradizioni della festa dei morti in giro per il mondo.

(Continua)

Giovanna Turco

Giovanna Turco

Articolista & curatrice della rubrica Karamella Folk di Karamellenews.it