Buchi Neri da Nobel

La Royal Swedish Academy Of Sciences ha assegnato il Nobel per la fisica a tre cosmologi che studiano i misteriosi Buchi Neri.

Sulla loro esistenza avanzava dubbi perfino Einstein. Eppure proprio uno dei candidati al prestigioso riconoscimento, Roger Penrose, nel gennaio 1965 ha dimostrato matematicamente che la relatività generale prevede la formazione di questi mostri cosmici.

L’astrofisica fa il bis. Un anno dopo l’assegnazione del Nobel agli astronomi che scoprirono nel 1995 il primo pianta extrasolare, il 2020 è l’anno dei Buchi Neri studiati dal britannico Roger Penrose, 89 anni, dal tedesco Reinhard Genzel, 68 anni e dalla statunitense Andrea Ghez, 55 anni. Quest’ultima è la quarta donna a ricevere il Nobel per la fisica dopo Marie Curie (1913), Maria Goeppert-Mayer (1963) e Donna Strickland (2018).

Se Penrose ha confermato che la teoria di Einstein prevede l’esistenza dei buchi neri, Genzel e La Ghez hanno osservato per circa 30 anni l’oggetto invisibile e massiccio situato al centro della Via Lattea denominato Sagittarius A (o SGR A*) e un particolare tipo di stelle molto luminose definite S2 che gli orbitano intorno. SGR A*, di 4 milioni di masse solari, costringe le stelle S2 a muoversi a velocità vertiginose con orbite della durata di 16 anni (mentre il Sole ne impiega 200 milioni). Le osservazioni, eseguite con l’ausilio di numerosi telescopi (New Tecnology Telescope e VLT in Cile per Genzel, il Keck Observatoty alle Hawaii per Ghez), portano a considerare che SGR A* sia un enorme Buco Nero simile a quelli presenti al centro delle galassie.

Reinhart Genzel ha diretto l’Istituto Max Plank per la fisica extraterrestre per poi approdare come docente all’Università di Berkeley. Andrea Ghez, insegna all’Università Della California a Los Angeles. Roger Penrose, che ha insegnato a lungo ad Oxford, ha lavorato con Denis Sciama (uno dei padri fondatori della cosmologia moderna) e Stephen. Quest’ultimo, fosse ancora in vita, probabilmente sarebbe stato il quarto premiato.

I Buchi Neri sono oggetti astronomici supermassicci con una gravità così elevata che nulla potrebbe sfuggire da essi. All’interno di una zona detta Orizzonte degli Eventi, la velocità (di fuga) che permetterebbe di sottrarsi all’enorme attrazione, sarebbe così elevata che nemmeno la luce (300.000 Km/s) potrebbe scappare. Perciò non li vediamo. Al centro di un Buco Nero tutte le leggi fisiche (inclusi spazio e tempo) cessano di esistere.

Per decenni il mondo scientifico aveva messo in dubbio l’esistenza dei buchi neri e gli stessi fisici che si occupavano dí queste ricerche erano considerati soprattutto dei matematici”, rivela Salvatore Capozziello, dell’università Federico II di Napoli, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (lnfn). Lo studio dei Buchi Neri ha coinvolto anche l’Italia attraverso l’Event Horizon Telescope, che ha prodotto la prima immagine di un Buco Nero e il progetto per la rivelazione delle Onde Gravitazionali Virgo che con l’americano Ligo ha individuato un nuovo tipo di Buco Nero.

L’Italia si è anche candidata per ospitare in Sardegna il Telescopio Einstein dedicato alla ricerca delle Onde Gravitazionali. Pare proprio che per l’astrofisica sia iniziato un periodo d’oro.

Miro Bertinotti

Miro Bertinotti

Articolista & curatore della rubrica Karamelle Spaziali di Karamellenews.it