Ci sono cose che si imparano nella tempesta. Lezioni all’ombra del Coronavirus

L’epidemia del coronavirus diffusasi nel mondo a partire dal mercato di Wuhan è un fenomeno che sta stravolgendo strutture e stili di vita consolidati. L’OMS ha decretato l’emergenza globale a seguito dell’impatto nei quattro continenti, gli oltre 4000 morti, gli oltre 120 mila contagiati, con i numeri dei colpiti in costante aumento. L’Italia risulta il secondo paese più colpito con oltre 640 decessi e oltre 9.000 infetti. L’impatto sanitario, economico e sociale è di proporzioni impressionanti.

L’emergenza sanitaria è la priorità delle priorità, non solo per il drammatico crescendo dei contagiati e dei decessi, ma anche per la carenza di posti letto per i contagiati in fase acuta e per il crescente numero di medici e infermieri infettati o in quarantena.

Per cercare di arginare la diffusione del contagio, il Governo ha emanato Decreti Legge finalizzati alla tutela della salute pubblica. Le disposizioni includono norme igieniche, l’evitamento di assembramenti e la distanza di sicurezza, la chiusura di musei, centri culturali, bar e ristoranti, la sospensione di funzioni religiose e attività sportive, l’interruzione delle scuole di ogni ordine e grado, limiti negli spostamenti, se non per ragioni gravi.

Nelle stazioni ferroviarie e negli scali aereoportuali sono stati istallati termoscanner per misurare la temperatura corporea, per identificare eventuali portatori del virus e per   contenerne la diffusione.

“State a casa!”, è l’urgente appello rivolto a tutti i cittadini, quale condizione essenziale per limitare il contagio.

L’impatto economico, anche se grave e drammatico, cede il passo all’urgenza sanitaria.

In mezzo al cataclisma prodotto dal coronavirus si impone un altro tipo di riflessione nella consapevolezza, come scrive Willa Cather, che “ci sono cose che si imparano meglio nella calma, altre nella tempesta”.

Lezioni da interiorizzare

I cinesi hanno un termine per definire la parola “crisi” che ha un duplice significato: “pericolo” e “opportunità”. Sui contenuti del pericolo si è già menzionato nella parte precedente che ha delineato l’impatto del virus nell’ambito della salute, nello sconvolgimento dello stile di vita a livello familiare, sociale e accademico, nel crollo dell’attività produttiva e commerciale.

Questa crisi senza precedenti, sull’altro versante, è anche portatrice di verità e messaggi che invocano ascolto e saggia riflessione. All’ombra della “paura” che contagia l’intero tessuto sociale, alimentata anche dalle costanti notizie trasmesse dai mezzi di comunicazione sociale, scaturiscono considerazioni e apprendimenti da valorizzare.

Vorrei, quindi, proporrei i volti umanizzanti e speranzosi della paura, quando è vissuta in maniera propositiva e costruttiva.

La prima considerazione è che la paura induce a riflettere sulla precarietà della salute e della vita, sulla provvisorietà delle certezze e dei beni acquisiti, sulla realtà o possibilità della mortalità propria o delle persone care o degli altri. Fare introspezione è un’occasione salutare in un tempo caratterizzato dall’eccesso di attenzione all’esteriorità o dalla corsa all’accumulo di sicurezze materiali. La riflessione aiuta  a discernere ciò che è importante ed essenziale da ciò che è effimero e marginale.

Riflettere anche sui pregiudizi o sulle false credenze, quale l’illusione di ritenere che ciò che è accaduto in Cina da noi non accadrà mai, così come si coltiva l’aspettativa irrealistica che il cancro, un incidente o la morte non possono colpire la nostra famiglia: sarebbe un’ingiustizia, un’assurdità. Il virus fornisce un bagno di realismo esistenziale e ci rammenta che la tendenza a discriminare può invertirsi rapidamente nel diventare all’improvviso discriminati.

In secondo luogo, all’ombra della paura si nasconde la presenza della virtù della prudenza, sotto forma di comportamenti corretti, accortezze igieniche, quali il lavaggio frequente delle mani, l’uso di mascherine per neutralizzare l’infezione.

La minaccia del coronavirus motiva ad assumere comportamenti responsabili per tutelare la salute, propria e degli altri, evitando luoghi affollati, condotte imprudenti o nocive al bene comune. La corsa ai treni di Milano per fuggire al Sud rappresenta una condotta impulsiva che accresce, invece di risolvere il problema.

Le restrizioni al movimento, l’invito ad evitare contatti sociali, la sospensione di funzioni religiose, culturali e sportive mira a salvaguardare il bene comune nella criticità dell’emergenza. L’imposizione di tanti limiti ha come contraltare ambientale il vivere in ambienti più salubri con meno rumore acustico, meno smog, più silenzi fruttuosi.

In terzo luogo, la paura trova un riscontro positivo nell’appello all’unità, alla collaborazione.

Insieme si affrontano i problemi, insieme si lavora per contenere il pericolo. La crisi è appello a superare l’egoismo, l’autoreferenzialità, il menefreghismo, le abitudini consolidate, gli interessi politici o commerciali, per riscoprire e mettere al centro la dimensione comunitaria nell’adesione e rispetto delle regole, in un popolo tradizionalmente restio all’osservanza delle norme.

La sensibilità e la responsabilità reciproca e condivisa contribuiscono a saldare i vincoli famigliari e sociali in un momento critico della storia del Paese, bisognoso di un riscatto di orgoglio attraverso il coinvolgimento di tutti i cittadini.

La solidarietà può trovare espressione nella prossimità agli anziani e alle persone sole o abbandonate attraverso aiuti materiali, contatti telefonici e altre forme di vicinanza.

In quarto luogo, la paura che non paralizza ma vitalizza, può trasformarsi in creatività nell’uso del tempo libero, nel dare risposte innovative ai limiti e alle restrizioni imposte dall’emergenza, nel coltivare l’arte come antidoto alla noia, nel gustare un bel film, nel vivere con riconoscenza stimoli culturali o di svago. Nell’ambito educativo le risposte creative si manifestano nelle lezioni didattiche on line, nell’uso positivo della tecnologia, nel tirar fuori idee e progetti nuovi nel contesto della vita personale, familiare o lavorativa. L’invito a cambiare abitudini diventa stimolo

a trasformare il vissuto del tempo e della realtà.

In quinto luogo, l’apparizione del coronavirus diventa invito all’umiltà e ad un’accresciuta umanità. Spesso non sono le grandi cose che cambiano la storia del mondo, ma quelle piccole, come appunto il coronavirus, che operano nel silenzio e nel nascondimento; sono queste le realtà che sfuggono ai prodigi della scienza e al controllo delle multinazionali, ma costringono ad un realistico approccio agli eventi esistenziali.

Il dilagare del contagio è appello a consapevolizzare la fragilità, che contrasta con il mito dell’autosufficienza o dell’invincibilità, a riconciliarsi con i limiti, a fare pace con l’impotenza e a dare il proprio contributo e sollecitudine per consolidare il mosaico dell’umanità operante nella fragilità. Tutto questo ci porta a esprimere gratitudine verso quanti aiutano ad affrontare l’incertezza di questi tempi, in particolare il governo, le forze dell’ordine, i medici, le infermiere, la protezione civile, i volontari.

L’umiltà significa anche fare tesoro di un ritmo di vita più lento e meno agitato, in un periodo storico in cui il tempo sembrava non bastasse mai.

In questo senso, l’umiltà, dal latino “humus”, aiuta a riscoprire le radici dell’esistenza e a gustare le ore trascorse in famiglia in modo rilassato, offre tempo per leggere, giocare e ricarburarsi interiormente.

In sesto luogo, la paura del contagio promuove lo sviluppo della spiritualità, l’apertura a Dio, il bisogno di pregare, l’appello a mobilitare le risorse interiori. Quando le persone vivono momenti di timore o angoscia si affidano alla preghiera per invocare l’aiuto di Dio, perché venga in soccorso delle debolezze umane. Lo fa un paziente prima di sottoporsi ad un intervento chirurgico, chi vive un momento drammatico in aereo, chi deve sottoporsi a terapie salvavita, chi deve sostenere un difficile esame e così via.

L’umiltà è il canale che alimenta la spiritualità. Certo, la Chiesa ha aderito alle direttive del Governo evitando le funzioni pubbliche, ma i sacerdoti e le guide spirituali incoraggiano i credenti e non a far leva sui valori interiori, sulla meditazione, sulle letture che ispirano, per attingervi conforto nell’ora della prova.

La spiritualità si manifesta anche nella disponibilità di singoli, gruppi e associazioni a garantire forme di supporto a chi è solo, isolato o malato attraverso l’ascolto, il counseling e la preghiera.

In sintesi, la grave crisi che si sta attraversando è un’occasione propizia per tirar fuori “ex malo bonum”, per scoprire potenzialità nascoste, per prestare attenzione a ciò che prima si trascurava, per trasformare la “dis-grazia” in ”grazia”.

Eugéne Delacroix scriveva che “l’avversità restituisce agli uomini tutte le virtù che la prosperità toglie loro”.

Guidato dalla fede e dalla pazienza, il credente affronta speranzoso la nebbia fiducioso che man mano che questa si dissolve potrà contemplare con uno sguardo nuovo il viaggio compiuto e l’insegnamento ricevuto.