Dall’assemblea un sì unanime al Terzo settore

Approvato all’unanimità: il nuovo statuto che fa di Anspi un ente del Terzo settore ha visto la luce nel pomeriggio del 12 luglio a Sassone, borgata di Ciampino (Roma), dove l’assemblea straordinaria, condotta dal vice presidente Secondo Gola, era approdata al termine d’un iter durato oltre due anni. Una fase di approfondimento e di studio che, dal 2018, è stata accompagnata dalla consulenza del professor Antonio Fici, che ha contribuito a dipanare una matassa non semplice e alla stesura del documento conclusivo.

Professore, come si può spiegare questa riforma in parole semplici?

Si tratta d’uno strumento che offre una cornice giuridica a organizzazioni che abbiano finalità non di lucro, bensì civiche e solidaristiche. Stiamo parlando di attività nel campo dell’assistenza, della sanità, dello sport dilettantistico, della cultura, della difesa ambientale: tutte quelle iniziative insomma che per scopo abbiano un interesse di tipo sociale. In buona sostanza è la nuova base giuridica entro cui tutto l’associazionismo si può riconoscere: e ciò vale sia per le strutture organizzative che per gli aspetti fiscali. Tutto ciò che finora era inquadrato nelle organizzazioni di volontariato o negli enti di promozione sociale, a cui la riforma consegna un testo legislativo che rimette ordine e offre nuove possibilità.

Con quali vantaggi?

Per esempio di tipo fiscale, di snellimento dei rapporti con gli enti pubblici, di possibilità di accesso all’istituto del cinque per mille, di detassazione delle donazioni a favore di enti del Terzo settore per il loro scopo sociale.

I riferimenti del passato verranno quindi azzerati?

Non esattamente, perché l’associazione potrà avere anche una normativa che deriva dalla sua specifica appartenenza. Facciamo l’esempio di chi pratica sport dilettantistico: se risulta iscritto al registro del Coni (Comitato olimpico nazionale italiano: ndr) continuerà a mantenere l’iscrizione combinandola col regime del Terzo settore. È chiaro che poi si entra in una complessità che deve essere valutata caso per caso.

L’adesione al Terzo settore è però un’opzione: perché Anspi fa questo passo?

Per via del fatto che è già un’associazione di promozione sociale: diventare un ente del Terzo settore era un passaggio scontato. Se non l’avesse fatto avrebbe perduto la sua natura e non c’è motivo che questo avvenga. La riforma offre una situazione di continuità attraverso cui Anspi conferma le finalità che le sono proprie.

E questo varrà per tutta la struttura, dai comitati zonali fino ai circoli?

Sì, perché Anspi è una rete formata solo da associazioni di promozione sociale, cioè Terzo settore puro.

Ma queste normative sono limitanti per il prosieguo della pratica sportiva?

Lo sport dilettantistico, senza scopo di lucro, lo può fare chiunque: non è un’attività riservata a determinati soggetti. La qualifica non ha incidenza.

I termini tuttavia sono stati prorogati: non conveniva aspettare il 2020?

Su questo aspetto bisogna fare chiarezza, perché un conto è l’adeguamento degli statuti, un altro il rispetto delle regole: e le regole che disciplinano il Terzo settore sono già in essere. Non entreranno in vigore il 30 giugno 2020 (la data di proroga: ndr) come si potrebbe pensare: è un errore in cui molti incappano per via d’una scorretta informazione che circola intorno alla materia.

Può spiegare meglio?

Faccio un esempio: la Corte di cassazione ha di recente qualificato come redditi da lavoro autonomo i rimborsi spese dei volontari quando non sono supportati da giustificativi idonei, sottoponendoli quindi a tassazione.  Questa norma è stata introdotta dal codice del Terzo settore e non è che non si applica fino a metà del 2020. Per cui se non ci sono ragioni per prorogare, come nel caso di Anspi dove lo sviluppo è lineare, non adeguare oggi lo statuto sarebbe stato miope.

La riforma si porta dietro anche nuovi termini come il Runts: che cos’è?

È l’acronimo di Registro unico nazionale Terzo settore dove rientreranno oltre 300 mila enti, compresa Anspi e tutti i comitati e i circoli. Perché se non si risulta iscritti al Runts non si è nemmeno riconosciuti come ente del Terzo settore. Non è un’iscrizione facoltativa. E la differenza col passato quale diventa: che fino a oggi si parlava di enti afferenti al cosiddetto Terzo settore, mentre adesso li si può indicare nel senso pieno del termine perché sono normativamente definiti.

È così anche all’estero?

Non esiste una base giuridica tanto ampia come quella italiana. In altri Paesi europei si utilizza una categoria d’insieme che è quella di soggetti dell’economia sociale e che comprende anche le cooperative, incluse le banche. Un Terzo settore come il nostro è però unico: ma non perché sia strano, bensì per la sua carica innovativa. Sono stato contattato dal governo svedese perché molto interessato a questa riforma proprio per i risvolti sociali che essa presenta. Su questo fronte, va detto, noi italiani siamo sempre più avanti.

Bravi a legiferare, un po’ meno nella dotazione di strumenti applicativi…

Beh, questo dipende dai governi. Però sono riforme così importanti e complesse che oggettivamente possono richiedere tempi lunghi per la loro completa attuazione. Nell’ultimo anno purtroppo c’è stato un forte rallentamento: è nei fatti, non si tratta di esprimere un’opinione. Lo slittamento dei termini è dipeso anche da questa situazione di stallo.

Ma che cos’è il Terzo settore?

Per definirlo ci sono gli ultimi dati dell’Istat (Istituto nazionale di statistica: ndr) che parlano di 343.432 istituzioni non profit attive in Italia che nel complesso impiegano oltre 800 mila dipendenti e cinque milioni di volontari, generando un giro d’affari di circa 67 miliardi di euro con una non trascurabile incidenza sul prodotto interno lordo. Non dimentichiamo che il Terzo settore ha sì la dimensione volontaria, quella del dono, dove i numeri economici sono più piccoli, ma poi esiste una componente imprenditoriale, quella delle imprese sociali, che possono avere fatturati di decine di milioni di euro e che danno lavoro a migliaia di persone. Alcune di queste associazioni inoltre, e qui in parte rientra anche Anspi, al loro interno hanno una costellazione di enti che ne fanno dei veri e propri sistemi, capaci di operare su più fronti.

Com’è stata la sua esperienza con Anspi? La conosceva già?

No, non la conoscevo. Mi sono trovato bene: è stato un percorso utile sotto il profilo professionale e molto bello dal punto di vista umano, perché si tratta d’una realtà vivace e stimolante. Direi talmente precisa nella sua configurazione e nella sua missione, pura nel suo assetto e nella volontà di adeguarsi, che non ha creato alcun tipo di problema. Ha impostato un itinerario fatto di tavoli di lavoro e di confronti partendo con parecchio anticipo e con un impegno serio: anche questo è un merito che non può essere ascritto a tutte le realtà, almeno a quelle che conosco io.

Il nuovo assetto statutario modificherà gli obiettivi di Anspi?

No, l’assetto strategico rimarrà quello di sempre. Il nuovo statuto si adegua alle norme ma non tocca l’ispirazione originale dell’associazione. Abbiamo risistemato, anche esteticamente, il linguaggio, utilizzando termini tecnici più adeguati e dandogli uniformità. Abbiamo ad esempio scoperto che alcune parole a livello nazionale, zonale o di circolo erano utilizzate con modalità diverse: si è dunque proceduto con un riassetto lessicale che ora permette di avere documenti omogenei nella loro intenzionalità. E anche questo è un elemento di qualità.

s.db.