«È in quel cortile che ho imparato a stare con gli altri»

«La mia vocazione sacerdotale è nata all’oratorio Pier Giorgio Frassati del quartiere Avenza di Carrara». Si è presentato così monsignor Guglielmo Borghetti, vescovo di Albenga Imperia, alla quarantina di partecipanti al ritiro quaresimale Anspi che ha guidato con don Luigi Pellegrini. Nei tre giorni in cui si è articolato l’evento ha proposto quattro meditazioni su temi legati all’educazione e alla cura delle giovani generazioni facendo riferimento al suo passato di animatore.

Si è definito un prete da oratorio… In quell’ambiente ho vissuto pagine bellissime della mia vicenda di fede e di maturazione spirituale, toccando con mano cosa significa vivere a fianco dei bambini, dei ragazzi e degli adulti che passavano di là ogni giorno. L’oratorio è un crocevia di esperienze di vita, un posto dove si entra senza necessità bussare: c’è sempre posto per tutti.

E quale dev’essere l’atteggiamento dell’animatore? In primo luogo deve avere la pazienza di starci: e questo, beninteso, riguarda anche il sacerdote. È la dinamica dell’accoglienza delle persone così come sono, non come si vorrebbe fossero. Ricordo certe scenette al bar dell’oratorio: dialoghi semplici, fraterni, che però lanciavano un amo utile a quella cultura dell’incontro su cui insiste papa Francesco e che è la chiave di volta dell’intento educativo.

Una proposta di quotidianità, quindi… Sì, perché è proprio la struttura dell’oratorio che la permette e la concretizza. Nell’incontro feriale, semplice, possono nascere ulteriori passaggi.

Quanto è importante nel mondo odierno? Direi che se da un lato conserva la sua assoluta originalità, si propone anche per la freschezza della sua attualità. Rifacendoci all’Evangelii gaudium possiamo inserire l’oratorio nell’ambito d’una pastorale convertita all’anima missionaria. Un luogo dove si fa missione senza alzare la voce, incontrando le persone. Poi è chiaro che l’oratorio si sviluppa in una gamma di processi e di itinerari formativi articolati su diversi livelli.

Com’è cambiato rispetto alle sue esperienze giovanili? C’è stata, non si può negare, una stagione che forse sarebbe sbagliato definire di diffidenza verso l’oratorio, però d’una certa marginalizzazione di questo strumento pastorale per tanti versi così decisivo. Ora vedo un rilancio e penso che se qualcosa va fatto deve agire nel senso d’una sua piena rivalorizzazione.

Torniamo al modo di stare in oratorio… Direi che sia l’educatore quanto il sacerdote non devono pensare di possedere il primato dell’azione, ma avere la pazienza e la costanza di esserci. Sembrerà banale, ma mi piace ricordare quel passaggio di Azzurro cantato da Adriano Celentano. Non è solo una memoria estratta dai ricordi dei nostri anni giovanili ma dice tante cose: per esempio, che lì c’è qualcuno col quale posso interfacciarmi, aprire un dialogo, porre delle questioni che arrivano alle profondità della vita.

Per esempio? Beh, ricordo una domanda che mi fece un ragazzino quando avevo sui 18 anni. Mi guardò e chiese: ma scusa, chi te lo fa fare di perdere del tempo con noi? Non hai altro da fare? Qui è racchiusa l’essenza della missione, che poi è quella del dono di sé.

E che ne pensa dei responsabili di oratorio stipendiati come accade in certe realtà? È un tema delicato perché investe quella che possiamo definire la crisi della gratuità. Assumere un educatore permette di disporre d’una figura che ha fatto di quel compito il suo obiettivo di vita, perciò è lecito attendersi una prestazione qualificata, perché oggi non ci si improvvisa più, come invece avveniva un tempo. D’altro canto non va disperso il valore dell’educatore volontario: che non significa meno preparato o meno motivato, bensì qualcuno che si proponga come totalmente dedicato all’oratorio.

Parla dell’afflato che muove verso l’altro? Esatto, che poi è quanto emerge nel lavoro di tutti i giorni. Ciò senza nulla togliere a chi per professione vive la realtà dell’oratorio, perché lo stesso discorso potremmo farlo per gli insegnanti. Sarebbe triste se tra coloro che operano nella scuola mancasse quel di più, quel magis direbbe sant’Ignazio di Loyola, che significa la capacità di alzare sempre l’asticella come frutto della passione, dell’amore per l’altro, della capacità di assumerne il destino: sono valori che non possono mancare. Perciò lasciamo aperta la questione degli educatori professionali: non c’è un pregiudizio. Semmai direi no all’educatore buttato lì, indifferente: questo sì, è un rischio. Perché l’ultima cosa che serve all’oratorio sono dei funzionari preposti all’educazione.

s.db.