I mestieri oggi trend topic? Quelli dietro le quinte della celebrità

Nella grammatica della contemporaneità influencer, youtubercreator, talent sono termini ineliminabili: essere popolari sul web ormai è una professione che richiede specializzazioni e supporti. Per esempio quello dell’account, che è un impegno niente male: senza orari, con la necessità di essere sempre sul pezzo e guai a lasciarsi sfuggire le tendenze.

Stressante? A farselo raccontare da Laura Lombardo solo fino a un certo punto. «Il segreto – sorride – è fare un mestiere che ti appassiona: così finisci per non lavorare mai. È vero, ti assorbe, fatichi a stabilire demarcazioni perché devi star dietro ai creator: cosa fanno e quando lo fanno. Perciò capita che alla sera ti butti sul divano e li passi in rassegna tutti. Ma trovi anche gli spazi per alleggerire la mente e immaginare cose nuove».
Mai in scena. Cosa sia un account è presto detto: una figura di raccordo tra l’influencer, lo strategist e il brand. Cosa faccia invece è più complesso da spiegare. «Dietro a un volto noto c’è un’équipe che lavora per aumentare la sua popolarità. Il mio ruolo è di metterli in contatto con clienti interessati a utilizzare questa notorietà per pubblicizzare il lancio d’un nuovo prodotto o d’un servizio».

Insomma, quel che negli anni in cui regnava incontrastata la televisione facevano i manager: consigli su come muoversi per incontrare il favore degli sponsor. Il mezzo però è cambiato: oggi sono le piattaforme web a dettare legge e può succedere che un imprenditore navigato come Stefano Gabbana (Dolce&Gabbana) si metta maldestramente a discutere con una follower di Instagram fino a mandare a monte una sfilata in programma a Shangai (Cina) costata la bellezza di 20 milioni di euro. Per Lombardo tuttavia, il problema non si pone: lei sta dietro alle quinte, si preoccupa della celebrità degli altri, non della propria.
«Per svolgere un ruolo come il mio devi avere una personalità adatta: tutti i giorni hai di fronte gente famosa ma, per essere efficace, devi evitare di rispecchiarti in loro. Guai a volersi mettere in scena: manderebbe a rotoli il lavoro, perché l’obiettivo è di rendere protagoniste le persone che hanno scelto di affidarsi ai tuoi consigli».
Decisiva per il suo percorso professionale è stata la scelta di cambiare agenzie incontrando varie realtà: dalla start up di appena otto anni fa a imprese strutturate con una quarantina di dipendenti. «Le specializzazioni si stanno moltiplicando, è un settore in espansione: la parola giusta anzi è esplosione. Ci sono gli account come me che di solito lavorano con i web strategist: loro sono più focalizzati sul contenuto e con l’occhio all’influencer, io invece mi preoccupo del cliente. Insieme creiamo il progetto e gli diamo le gambe per camminare».

Sliding door. Ma qual è la piramide che sta dietro a successi planetari come quello di Chiara Ferragni, 15 milioni di follower su Instagram? «Innanzitutto – chiarisce Lombardo – un creator perché sia vero e sia riconosciuto tale deve prendersi del tempo per rispondere al suo pubblico e rendere interessanti i contenuti delle piattaforme in cui è presente. Quindi d’accordo, da solo non potrà leggere migliaia di post giornalieri e avrà bisogno d’un team, ma questa non è una formazione piramidale: lo definirei piuttosto un gruppo in cui ognuno sta allo stesso livello con compiti diversificati. Da un lato il grande nome e la sua community, dall’altra lo staff che l’aiuta a relazionarsi, a prendere le decisioni migliori».

Un mestiere altamente creativo, che si deve adattare ai canali e all’eterogeneità dei personaggi. «Mi è capitato di lavorare con Matteo Sbandi che ha 16 anni, con Cami Hawke che ne ha 28, con Favij quando era agli inizi e doveva ancora finire gli studi, ma anche con personaggi televisivi: Barbara d’Urso per esempio. Nel mio ruolo non varia solo l’età ma anche il target: può essere un influencer già rodato o un volto uscito da un talent show».
Il campo in cui Lombardo è più rodata è quello dei grandi marchi: Hotpoint, Tim, Clinique, Samsung, Fonzies, Wiko. «Amo il make up e le competenze personali aiutano. Faccio un esempio: i ragazzi interessati alla moda saranno più bravi di me nel settore maschile; gli appassionati di musica saranno più veloci e più competenti: ma non c’è una reale differenza di abilità tra uomini e donne, si sta tutti su un piano orizzontale».

Come si diceva le opportunità di lavoro sono parecchie in un percorso che, inevitabilmente, guarda a Milano. «Iniziare si può fare ovunque, anche su un cocuzzolo: basta una buona connessione a internet e la capacità di corrispondere a determinate esigenze. Se vuoi crescere tuttavia, il posto dove tutto succede prima è Milano. Potrei raccontare di influencer partiti a Roma, quindi non in un luogo secondario: dopo un paio d’anni però hanno dovuto trasferirsi. Milano possiamo definirla la testa d’ariete: apre nuovi percorsi e offre opportunità uniche. Ti può capitare al bar, mentre stai prendendo il caffè: una chiacchiera, uno scambio di numeri telefonici e, inattesa, una porta che si spalanca».

La sua parabola professionale si è svolta tutta nel capoluogo lombardo: dopo aver studiato grafica pubblicitaria a Ferrara si sposta allo Iulm (International university of language and media) per la laurea e segue l’intero percorso evolutivo della comunicazione web. «All’epoca lo smartphone non era così diffuso, non tutti avevano Facebook e degli altri social non si sentiva neanche parlare. Nascevano gli youtuber ma nessuno avrebbe mai pensato che quello sarebbe diventato un lavoro. Sono stata fortunata, ho imparato sul campo, ma sono consapevole che tutto potrebbe cambiare».  Un esempio sono le Instagram stories. «Un paio d’anni fa nessuno ci avrebbe investito un euro: video senza struttura né studio che in 24 ore scompaiono. Invece funzionano perché i contenuti sono genuini e veloci: proprio ciò che chiede il mercato». Tra le piattaforme quella su cui si sente meno in target è TikTok, la vecchia Musical.ly. «La conosco bene ma a volte mi sembra assurda: probabilmente perché non si rivolge a me».

La chiacchierata si è fatta lunga, il pomeriggio scurisce e Zona Tortona, la più innovativa d’una metropoli che non si ferma mai, si sta riempiendo di gente che va veloce, s’incrocia, si disperde fra strade e locali. Ci si alza per salutarsi, al tavolo accanto un tizio si rivolge a Lombardo: scusa, avresti ancora un minuto? Forse è una sliding door: chissà se per lei o per lui?

Stefano Di Battista