Il Buco Nero: verso la comprensione delle forze dell’universo

Tutti noi siamo venuti a conoscenza di una fotografia, mai realizzata prima, di un buco nero. Abbiamo imparato a memoria i dati lo riguardano: distanza 55 milioni di anni luce, massa 6.5 miliardi quella del Sole, un diametro di 40 miliardi di Km e ospitato nella galassia M87 appartenente all’Ammasso della vergine.

Presentata sulla rivista Astrophisical Journal Letters, la scoperta rappresenta una nuova conferma della teoria della relatività generale di Einstein. Frutto di un programma internazionale denominato Event Horizon Telescope, che ha impegnato otto radiotelescopi sparsi in tutto il mondo che utilizzano il principio dell’interferometria a lunghissima base, il progetto ha visto anche la presenza di scienziati italiani. In particolare di Elisabetta Luzzo (Inaf Bologna) e Kazi Bygl, incaricate della calibrazione dei dati forniti dai radiotelescopi.

Subito però la scoperta epocale ha prodotto anche una marcata contestazione. Definita come fuffa mediatica o pagliacciata di dubbio valore, o ancora, come ha affermato il fisico Zichichi: “I buchi neri non servono a niente”, ha per fortuna ricevuto il meritato riconoscimento dalla maggioranza della comunità scientifica. E’ vero che l’immagine del buco nero non è una fotografia come la intendiamo noi. Infatti essa è una mappa in falsi colori (dal rosso al giallo) rappresentante l’emissione di onde radio generate dal gas caldo che precipita oltre l’orizzonte degli eventi. Potremmo osservare quella immagine se i nostri occhi fossero sensibili alle onde radio; però non potremmo vedere il cielo stellato come lo ammiriamo.

Tuttavia la notizia non è una fake, non è una immagine inventata né una simulazione. Sicuramente quel disco rosso-giallo che circonda un foro nero rappresenta una spinta per il progresso: “il fatto di poterlo vedere rende anche i sogni della fantascienza meno arditi. E’ questo il miglior propulsore della curiosità scientifica”, sono le parole di Roberto Cingolani, direttore scientifico del prestigioso IIT di Genova, rilasciate a “Repubblica”.

Osservare quell’immagine, significa guardare direttamente la materia in condizioni estreme come quella nei pressi del buco nero e comprendere la natura delle forze fondamentali che governano l’universo. Forse si potrà insistere nel non chiamarla foto ma sicuramente gli otto radiotelescopi ci hanno reso visibile l’invisibile, almeno ai nostri occhi.

Ora si pensa già al prossimo obiettivo: l’osservazione del buco nero ospitato al centro della Via Lattea denominato Sagittarius A* distante da noi 25.000 anni luce e la massa di 40 milioni di quella solare. Nel 2020, al programma si aggiungeranno altri radiotelescopi con il coinvolgimento di 60 istituti e 200 ricercatori.

Miro Bertinotti

Miro Bertinotti

Articolista & curatore della rubrica Karamelle Spaziali di Karamellenews.it