“Il Caso”. Premio Noi Insieme 2020, Racconto 1° classificato

Dalla finestra, il lago increspato da un vento gelido, che dicevano provenire dalla Russia, sembrava come noi.

Ingabbiato tra le sue coste deserte, sulle quali correvano strade non più percorse, circondate da paesi fantasma e da giardini solitari. Era arrabbiato, il nostro lago, arrabbiato perché lasciato solo a lottare contro un vento che lo obbligava a restare lì, a non uscire dalle rive, a non avere nessuno che si tuffava per godere l’abbraccio della sua acqua. Arrabbiato di non vedere, in quello scampolo di primavera, niente che potesse far supporre quando i lidi avrebbero riaperto, i bambini avrebbero sguazzato facendogli il solletico, quando il tum tum delle discoteche all’aperto gli avrebbe rovinato il sonno.

E non si capacitava di come tutto quello stesse succedendo.

Dove erano finiti i pescatori, quelli che passavano le giornate avvolti nei loro pensieri mentre lo guardavano?

Ma dove sono tutti, dove siete tutti?

Non una barca, un battello, il traghetto rumoroso e dai fumi puzzolenti che lo disturbava, quel noioso aliscafo che gli faceva perennemente il solletico! Tutto intorno sembrava troppo tranquillo, salvo quel maledetto vento che non lo lasciava in pace.

Si guardò allora intorno alla ricerca di qualcuno o qualcosa che gli facesse intendere cosa significassero quei segnali: nulla di buono, pensò, meglio verificare.

I gabbiani volteggiavano indisturbati, le anatre e i cigni si facevano trasportare mollemente dalle onde. Anche per loro però qualcosa non andava, abituati ormai da tempo ad attendere chi gettava loro del pane secco e a schivare i sassi lanciati pericolosamente dai bambini. Tutto era deserto anche sulla riva e la fauna che la popolava si stava riprendendo, a malincuore, i propri spazi.

Allora il lago interrogò un gabbiano. “Scusa, tu che riesci a vedere oltre le mie sponde, sapresti dirmi cosa sta succedendo? Sono molti giorni ormai che non vedo umani in giro e la cosa mi pare molto strana”.

Il gabbiano, cullato dolcemente dall’acqua, lo guardò con stupore, poi, sistemandosi meglio, gli ripose: “Allora non sai proprio nulla. È successa una cosa terribile agli umani. Sembra che da un paese lontano sia giunto un maleficio che li obbliga a restare chiusi in casa per non esserne contagiati. Ormai è più di un mese che sono barricati. La paura è tanta anche perché non sanno come porvi rimedio. La terra è tutta in subbuglio. Non c’è paese al mondo che si sia salvato. Tutti, ti dico tutti, e lo so per certo perché mi è stato confermato da uno stormo di rondini provenienti dall’Africa, ne sono stati colpiti, chi più chi meno”.

Il lago ascoltava in silenzio quelle parole. Ogni tanto uno sbuffo di schiuma ne faceva capire la disapprovazione. Intanto, quel maledetto vento continuava a disturbarlo e non sapeva se i brividi che lo percorrevano erano dovuti a lui o a quello che il gabbiano gli stava dicendo.

Continua” disse.

Si misero così sulla riva, in un piccolo golfo dietro l’isola.

È un disastro – proseguì il gabbiano – tanti umani muoiono di questa cosa. Dicono che la maggior parte sono vecchi. Sai, quelli che vengono a pescare la mattina presto, che ci fanno compagnia dalla panchina nel pomeriggio e che, a volte, ci buttano il pane raffermo. Quelli che accompagnano i nipotini a scuola e che li aiutano a fare i compiti., quelli dei vizietti e delle merendine golose. Dicono che muoiono soli perché, anche dopo, possono essere contagiosi, così i loro parenti e i loro amici non possono nemmeno salutarli. È una cosa brutta, vero?”

Il lago si fece serio pensando a quanti venivano inghiottiti nelle sue acque, suo malgrado. Allo sguardo fisso di chi, per giorni, aspettava un ritorno che non ci sarebbe stato. Alle lacrime miste ad una rabbia difficile da soffocare, alla sensazione struggente di un abbandono senza una parola, senza un abbraccio, senza una carezza, l’ultima, la più importante, quella che vale una vita. La sua sensazione nell’essere testimone impotente, la rabbia che gli covava dentro nel sentire una vita sfuggire senza poter fare nulla.

Maledetto vento – disse tra sé il lago – mi fa rabbrividire”. Ma la causa non era il vento.

Le parole restarono sospese mentre tra loro scendeva uno strano silenzio.

Ma cosa si dice – si risvegliò il lago – quanto pensi durerà questo maleficio?

Non lo so – rispose il gabbiano – Ci sono scienziati di tutto il mondo alla ricerca di un antidoto. Può darsi nel giro di breve o potrà durare di più. Una cosa è certa: non sarà più lo stesso mondo. Questa maledizione peserà sugli umani, soprattutto su chi ha perso i suoi cari. Resterà una ferita difficile da rimarginare”.

È vero – rispose il lago – Però questi umani hanno una capacità di risollevarsi in ogni situazione, anche le peggiori, credimi. Nelle situazioni peggiori riescono a sviluppare una solidarietà straordinaria. Peccato per loro che, quando tutto passa, ritornano ad essere umani, si dimenticano”.

Il vento gelido era cessato. Il lago si acquietò e il cielo, divenuto di un azzurro intenso, ne colorò le acque calme che un bel sole provvedeva a riscaldare.

Era il preludio di una nuova stagione?

Premio Noi Insieme 2020 – Racconto 1° classificato