Il nuovo condominio

Il Covid ci ha prima divisi, poi uniti.

A Capodanno ero felice. L’anno 2020 pareva cominciare con buoni auspici: un cambiamento programmato di casa e di lavoro e, durante l’estate, un viaggio a Tokio, per godermi lo spettacolo delle Olimpiadi dal vivo. Tutto sarebbe andato bene.

I primi giorni di febbraio, in una giornata piuttosto calda, traslocai verso la grande città. Un condominio moderno e semicentrale accolse tutta la mia vita racchiusa in scatoloni cartonati.

Sfruttai i giorni festivi per sistemare la nuova abitazione e, in poco tempo, il risultato mi rese soddisfatta come un gatto acciambellato sopra un divano. Anche il nuovo impiego sembrava schiudermi interessanti prospettive ed i colleghi sembravano ben disposti verso di me. Soltanto un piccolo dettaglio mi infastidiva: la nuova abitazione, costruita da meno di dieci anni, aveva il difetto di tutte le case recenti, ovvero muri troppo sottili.

Ogni notte, attorno alle tre, venivo svegliata da una insistente camminata e dallo scrosciare dell’acqua nell’appartamento sopra il mio. La sera, invece, il vicino che abitava nel mio stesso pianerottolo disturbava la quiete col suono del pianoforte. Musica piacevole, per carità, ma pur sempre invadente. Faceva eccezione solo l’appartamento situato sotto al mio, da cui non proveniva mai alcun rumore, tanto da sembrare disabitato.

A poche settimane dal mio insediamento, sentivo crescere in me l’irritazione per quel condominio alquanto rumoroso. La sera tendevo l’orecchio ai disturbi sonori, prestando scarsa attenzione ai telegiornali quotidiani.

Due casi isolati di Covid-19, arrivati in Italia a gennaio da una coppia di turisti cinesi, parevano essersi propagati in alcune zone della Lombardia e del Veneto. “Reclusi all’interno delle zone rosse! Poveretti!” pensavo con distaccato atteggiamento comprensivo.

Iniziava il mese di marzo con forti piogge ed una improvvisa recrudescenza del freddo. La zona rossa veniva estesa anche alla mia regione, il Piemonte.

Adesso sulle bocche di tutti c’erano termini desueti come epidemia, contagio, mascherine. A Torino ancora non si percepivano grossi cambiamenti: soliti orari lavorativi, spesa, birra, cinema con gli amici.

Poi, il lockdown.

l’Italia, colta alla sprovvista, imponeva il blocco totale della vita dei cittadini. Vietato svolgere le consuete attività, fare sport all’aperto, riunirsi in gruppo e frequentare ristoranti. Una solitaria routine si impossessò delle mie nuove giornate: restare in casa, usare il computer per fare la spesa, lavorare a distanza, connettersi agli amici lontani e cercare di comperare introvabili dispositivi di protezione. La risorsa preziosa del tempo a disposizione, prima soltanto sperata, restava appesantita dai quotidiani bollettini della pandemia.

Sopravvivere, l’unico scopo.

Cercavo di tenermi compagnia leggendo libri, cucinando torte, facendo ginnastica davanti alla tivù. Ma la paura avanzava. Il Covid-19 si stava diffondendo a macchia d’olio, in Europa e in America. La sera ero angosciata: se mi ammalassi io, che vivo da sola, come farei? Il sonno mi abbandonò lesto. Poi, una sera, il pianoforte del mio vicino ricominciò a suonare. L’Inno di Mameli, arie di Puccini, canzoni di Modugno arrivavano forti e chiare al mio orecchio. Mi affacciai timida al balcone. Il vicino aveva trasportato una pianola elettrica sul suo terrazzo e da lì stava diffondendo la musica. Al termine di ogni brano, partiva spontaneo un applauso. Teste facevano capolino dai vari piani del mio condominio per incoraggiare il pianista. A richiesta di tutti, divenne un piacevole appuntamento serale: alle 21 ciascuno apriva le finestre per evadere dal confinamento obbligatorio attraverso il fluire delle note. Ci urlammo i rispettivi nomi dai terrazzini: io Giulia, Lorenzo il mio vicino, di sopra abita Walter, accanto a lui Loredana mentre le finestre del piano inferiore al mio restavano chiuse.

Le misure del contenimento epidemiologico vennero prorogate fino ad aprile. Ci organizzammo; un cestino venne calato dall’alloggio del primo piano. Ciascuno di noi fornì pasta, riso, scatolame per i bisognosi, che potevano prenderne liberamente dal piano strada. Walter, che ha braccia robuste, trasportò nel cortile comune alcune sedie vecchie e malandate per quanti volessero ascoltare la musica di Lorenzo in compagnia, ma a debita distanza di almeno un metro. Io ne approfittai, mi feci coraggio, indossai mascherina e guanti e scesi, sapendo che l’isolamento sarebbe stato prorogato fino al 3 maggio. Passa la paura, la solitudine; ho conosciuto nuovi amici e le loro vite.

Walter è panettiere; si alza presto alla mattina, nel cuore della notte sentivo i suoi passi e la doccia mattutina. In attesa di riaprire il suo negozio cuoceva il pane in casa, regalandocene sempre un po’. Lorenzo studia al Conservatorio, perciò si allena ore al pianoforte. Loredana è infermiera e ha combattuto il terribile virus. A volte, troppo stanca per parlare, si sedeva con noi a sfogare la sua impotenza in pianto. Lei mi ha detto che sotto il mio alloggio abita Pietro, un anziano invalido che si muove a fatica. Un giorno ho bussato alla sua porta e ho chiesto se gli occorresse qualcosa. Lui, diffidente, non ha aperto l’uscio. Ogni sera, scendendo in cortile, ho suonato al suo campanello. La porta restava chiusa. Gli lasciavo pane fresco, cotto da Walter, in un sacchetto agganciato al pomolo. Il pane spariva, la scena si ripeteva. Una sera ho condiviso con gli altri condomini i timori che nutrivo per l’anziano. Siamo saliti tutti fino alla sua porta, distanziandoci l’uno dall’altro. Abbiamo suonato il campanello, pregandolo di unirsi a noi. Lui ha esitato, poi ha socchiuso la porta, fragile e febbricitante.

Il Covid ci ha prima divisi, poi uniti. Alcuni li ha sommersi, altri li ha scampati. Questo è il mio nuovo condominio. Questo è il mio pianeta; tutti assieme su di una fragile zattera chiamata Terra.

(racconto classificato al terzo posto ex aequo, Premio Noi Insieme 2020- foto di AVO Sassuolo).