La “domiciliarità psichiatrica” ai tempi del Covid-19

In quell’ormai lontano ottobre 2014, quando i primi volontari dell’AVO Torino iniziarono il servizio nei gruppi appartamento psichiatrici, si erano vagliati molti pro e contro di questa esperienza pionieristica.

Ma nemmeno nelle previsioni più fosche si era messa in conto una battuta d’arresto come quella causata dalla pandemia.

Fino a inizio marzo, i volontari e gli ospiti degli appartamenti vivevano un’ordinaria quotidianità, contenti del reciproco rapporto di “amicizia”, costruito e cementato anno dopo anno, e pregustavano le attività che avrebbero realizzato con l’arrivo della primavera: sicuramente più passeggiate in città per svagarsi, magari prendendo un caffè insieme, e, per qualcuno, anche qualche puntatina fuori porta, per andare a pesca con il volontario esperto o fare una breve gita al mare o ai monti. Tutto ciò si poteva realizzare perché ormai, dopo anni di presenza regolare, premurosa e discreta negli alloggi che ospitano da due a cinque persone con problematiche psichiche, i nostri volontari si erano guadagnati l’affetto degli ospiti e la fiducia di medici e operatori. Spesso essi si rendevano disponibili a “dilatare” il tempo del loro servizio (previsto inizialmente per qualche ora a settimana) proprio per consentire alle persone residenti nei gruppi di vivere esperienze più arricchenti, fino a intere giornate anche nelle ricorrenze importanti, come il Natale, le feste di compleanno o le visite al cimitero…

Non tutto in questi anni è stato “rose e fiori”: si sono dovuti vincere pregiudizi e resistenze da più parti e si sono dovuti affrontare la chiusura e l’accorpamento di alcuni di questi gruppi a causa della riorganizzazione (ma sarebbe più corretto dire marasma) da parte della sanità locale, con l’assurdo di appartamenti senza volontari o, viceversa, di più volontari nello stesso gruppo.

I nostri “fantastici 4” volontari (pochi ma buoni!), di cui desideriamo ricordare i nomi: Castiliano, Giancarlo, Maria Teresa, Marina, non si sono mai arresi e hanno mostrato spirito d’adattamento e creatività per risolvere ogni sorta di difficoltà. Persino in questi mesi di ‘fermi tutti’ hanno continuato a far sentire la loro vicinanza agli amici e amiche dei gruppi appartamento attraverso telefonate assidue o attraverso saluti a distanza dalla strada al balcone, per trasmettere affetto, attenzione, incoraggiamento, e per continuare a lottare in questo modo contro la solitudine, una delle sofferenze maggiori per chi è affetto da patologie psichiatriche.

Con tali gesti i nostri volontari non hanno certamente fatto “l’uovo fuori dal cesto”, ma hanno agito in coerenza con le loro motivazioni di sempre e con quello che è il più autentico spirito dell’AVO, sperando di poter riprendere, nei tempi e modi dovuti, il filo interrotto di un cammino d’amore, un cammino forse più facile da riannodare in questi ambiti domiciliari “ristretti” piuttosto che negli ospedali, pesantemente segnati dalle conseguenze dei contagi.