“La frontiera scomparsa” di Luis Sepulveda: la recensione del libro

Un classico contemporaneo. Un capolavoro che merita non soltanto una lettura, ma almeno una rilettura a distanza di tempo.

Quella di Sepúlveda è una scrittura vivace, una sintesi eloquente che non rinuncia mai a note di poesia.
In poco più di un centinaio di pagine è racchiusa la storia di una vita, tramite episodi emblematici di crescita interiore e culturale che conquistano la nostra empatia.

E cogliamo un parallelismo fra il viaggio reale ed avventuroso che tocca molteplici città e diverse Nazioni ed il percorso personale del protagonista che conosciamo e riconosciamo nei diversi ruoli che l’esistenza stessa esige: quello di nipote, figlio, rivoluzionario, prigioniero, insegnante, amico.

Il periodo della dittatura di Pinochet è lo sfondo permanente delle vicende narrate, ma Sepúlveda riesce a vincerne la crudeltà, relegandolo in secondo piano e concentrandosi sull’individuo, su ogni incontro durante quel suo lungo e tortuoso cammino, solo in parte scelto e per lo più obbligato.

Anche l’idea politica assume una connotazione marginale, laddove del nonno anarchico e del padre comunista, ci rimangono più impresse l’amorevolezza e l’ingenua perseveranza. Con la promessa al primo di arrivare a Martos. Ed il toccante, definitivo congedo dal genitore “nobile e buono”, conscio che “le amicizie si costruiscono ben strette con la malta degli intimi dolori che non hanno bisogno di parole”.

Restiamo commossi e disarmati dalla sensibilità con cui anche il dramma della tortura trova la propria collocazione nel racconto. Come una fitta lucida e dolorosa, offuscata e sopportata grazie all’elevazione morale dell’uomo, l’amante della filosofia e della letteratura, in contrapposizione ad ogni forma di meschinità e servilismo.

E’ così che ogni frase si permea di grande umanità e diventa un inno alla dignità ed al rispetto. E nella carcerazione risuona il paradosso di un canto di libertà.

Attraverso salti temporali coerentemente intrecciati, la storia coinvolge a poco a poco persone comuni, solidali ed indulgenti. Vittime della paura, schermata da creative e spiritose provocazioni. Vittime della privazione di una frontiera descritta come il passaggio ai territori della felicità.

Desideriamo, tuttavia, pensare ad una frontiera che non è realmente scomparsa, ma semplicemente nascosta, in ogni uomo. Una frontiera che viene raggiunta e varcata, dopo l’esilio, dopo ben più di una fuga. Perché “nessuno deve vergognarsi di essere felice”. E’ questa la sfida. Sono queste le parole immaginarie pronunciate dal nonno, a Martos. Con un ritorno alle origini  e ad una saggezza mai perduta.

Lucia Terramoccia

Lucia Terramoccia

Articolista & curatrice delle rubriche: "Karamelle al Cinema" e "E...state in Buona Lettura di Karamellenews.it