La luce ultravioletta per sconfiggere il coronavirus

La radiazione Ultravioletta A, B e C produce un’azione germicida su virus e batteri.

Uno studio sperimentale interdisciplinare (pubblicato anche su Medxriv), che vede protagonisti INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), Università Statale di Milano, Istituto Nazionale Tumori di Milano e la Fondazione Don Gnocchi, ha rivelato che la radiazione Ultravioletta A, B e C, produce un’azione germicida su virus e batteri. L’azione era già nota ma non si era mai preso in considerazione il dosaggio dell’energia necessaria per ottenere un risultato efficace.

In particolare è stata studiata l’azione degli UV C prodotti dalle lampade a vapori di mercurio utilizzati ad esempio negli apparecchi per disinfettare gli acquari. La radiazione UV rompe i legami molecolari di DNA e RNA e sono pericolosi se non correttamente dosati. “Abbiamo illuminato con luce UV soluzioni a diverse concentrazioni di virus, dopo una calibrazione molto attenta effettuata con i colleghi di INAF e INT” rivela Mara Biasin, Docente di Biologia Applicata dell’Università Statale di Milano “e abbiamo trovato che è sufficiente una dose molto piccola – 3.7 mJ/cm2 , cioè equivalente a quella erogata per qualche secondo da una lampada UV-C posta a qualche centimetro dal bersaglio – per inattivare e inibire la riproduzione del virus di un fattore 1000, indipendentemente dalla sua concentrazione”.

Uno studio parallelo sviluppato da INAF e Statale di Milano, si è rivolto invece alla radiazione UV A e B che viene emessa dal Sole (In realtà la nostra stella emette anche UVC che, fortunatamente vengono bloccati dalla fascia dell’Ozono impedendo così la sterilità del pianeta) dimostrando che in estate, verso mezzogiorno, sono sufficienti pochi minuti di esposizione ai raggi solari per rendere inefficace il virus. Lo studi ben si concorda con quello presentato dal Laboratorio di Biodifesa del Dipartimento di Stato Americano, che aveva anche messo in relazione la propagazione del Covid19 dall’Emisfero Nord a quello Sud seguendo l’andamento della stagione invernale. Per questo sarà utile attendere l’autunno.

Già nel 2005, Lytle e Sagripanti avevano correlato l’andamento stagionale di alcuni virus che provocano raffreddore. Tuttavia ci sono delle eccezioni quali l’Iran, paese caldo che ha avuto un alto numero di contagi o la Norvegia che invece ne ha registrati meno. Ma gli esperti spiegano quanto siano importanti altri fattori quali densità di popolazione o inquinamento. Si può ancora sottolineare come ad esempio nel 2003-2004 la Sars che causò 800 decessi scomparve a giugno per non ripresentarsi, o l’influenza suina, che si manifestò in Messico nel 2009 e continuò senza provocare particolari problemi.

Interessante considerare che fino al 9 aprile, il Ministero della Salute aveva comunicato come non esistessero evidenze scientifiche sui benefici dell’esposizione al Sole nella prevenzione da infezione da Covid19. Oggi i risultati sono evidenti anche sull’azione del caldo sui droplet, le particelle espulse con tosse o sternuti e contenenti possibile carica virale. Tuttavia per la disinfezione di oggetti e superfici risultano molto più efficaci le radiazioni UVC.

Miro Bertinotti

Miro Bertinotti

Articolista & curatore della rubrica Karamelle Spaziali di Karamellenews.it