La Pastiera: ancora il sapore in bocca e magia napoletana negli occhi

La Domenica di Pasqua è passata, con le tavolate di amici e parenti, con i cibi della tradizione, a casa o al ristorante. Finite le polemiche: agnello si o no, si torna alle diete, alle palestre e alle lunghe passeggiate per smaltire.

C’è un cibo che, per quanto lo si trovi tutto l’anno, racchiude in sè i simboli della primavera è lascia al palato un sapore di nostalgia: la Pastiera napoletana. L’ho desiderata per tanto tempo, quando era adolescente ma solo da adulta me ne sono innamorata e, anche se mia madre era napoletana, era mio padre, piemontese, che la cucinava.

Poi ho imparato a cucinarla, ma solo una è la pastiera doc, quella della mia amica Ida, napoletana, che si fa mandare da Napoli alcuni ingredienti perché possa essere più buona. E ogni anno è un capolavoro: morbida, profumata con l’acqua di fiori d’arancio. quella che si fa mandare da Napoli, dolce al punto giusto. Insomma ineguagliabile. Ogni anno cerchiamo di convincerla di prepararla anche per altre occasioni, ma lei no, la pastiera si mangia a Pasqua!

Così, con in bocca ancora il sapore della Pastiera ho cercato l’origine di questo dolce.

Secondo una antica leggenda, nasce quando una volta sulla spiaggia le mogli dei pescatori lasciarono nella notte delle ceste con ricotta, frutta candita, grano e uova e fiori d’arancio come offerte per il “Mare”, affinché questo lasciasse tornare i loro mariti sani e salvi a terra.

Al mattino ritornate in spiaggia per accogliere i loro consorti notarono che durante la notte i flutti avevano mischiato gli ingredienti ed insieme agli uomini di ritorno, nelle loro ceste c’era una torta: la Pastiera. Sicuramente questo dolce, con il suo gusto classico poco zuccherino e rinfrescato dai fiori d’arancio, accompagnava le antiche feste pagane per celebrare il ritorno della Primavera: la ricotta addolcita è la trasfigurazione delle offerte votive di latte e miele tipiche anche delle prime cerimonie cristiane. a cui si aggiungono il grano, augurio di ricchezza e fecondità e le uova, simbolo di vita nascente. L’acqua di fiori d’arancio è l’annuncio della Primavera.

La ricetta che abbiamo oggi, ha avuto origine in un monastero napoletano ignoto.

Ma c’è una leggenda più nota che vuole l’origine della Pastiera, alla corte di re Ferdinando II, Borbone noto per la sua golosità. Volle che la moglie, Maria Teresa d’Austria, assaggiasse il dolce; per la prima volta la regina sorrise in pubblico e il re esclamò: che questa pastiera si faccia un po’ più spesso perché io non debba aspettare un altro anno per veder sorridere la regina!

Ed ecco la stella in napoletano.

A Napule regnava Ferdinando
Ca passava e’ jurnate zompettiando;
Mentr’ invece a’ mugliera, ‘Onna Teresa,
Steva sempe arraggiata. A’ faccia appesa
O’ musso luongo, nun redeva maje,
Comm’avess passate tanta guaje.
Nù bellu juorno Amelia, a’ cammeriera
Le dicette: “Maestà, chest’è a’ Pastiera.
Piace e’ femmene, all’uommene e e’creature:
Uova, ricotta, grano, e acqua re ciure,
‘Mpastata insieme o’ zucchero e a’ farina
A può purtà nnanz o’Rre: e pur’ a Rigina”.
Maria Teresa facett a’ faccia brutta:
Mastecanno, riceva: “E’ o’Paraviso!”
E le scappava pure o’ pizz’a riso.
Allora o’ Rre dicette: “E che marina!
Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?
Moglie mia, vien’accà, damme n’abbraccio!
Chistu dolce te piace? E mò c’o saccio
Ordino al cuoco che, a partir d’adesso,
Stà Pastiera la faccia un pò più spesso.
Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;
pe te fà ridere adda passà n’at’ anno!”

Con la speranza di avervi fatto venire voglia di visitare Napoli per assaggiare la Pastiera, ancora Buona Pasqua!

Giovanna Turco

Giovanna Turco

Articolista & curatrice della rubrica Karamella Folk di Karamellenews.it