La periferia non è una sorte segnata ma l’opportunità che apre al domani

Quell’1 maggio 2015 la domanda era: perché proprio a San Vittore? Si inaugurava Expo 2015 con la Turandot di Giacomo Puccini rappresentata alla Scala e, in diretta, nella rotonda del carcere di Milano. Due luoghi simbolo della città antitetici ma uniti dall’evento mentre, a poche centinaia di metri, i black bloc stavano scatenando una guerriglia per contestarlo. Quella che poteva apparire una stranezza a occhi profani assume il suo perché fin dalle prime righe che Carla Lunghi ha dedicato all’istituto penitenziario: “Un carcere perfettamente inserito nel panorama urbano: questo è San Vittore fin dalla sua nascita sul finire dell’Ottocento. Si tratta di un’ubicazione molto particolare – uno dei quartieri più eleganti e centrali – per un’istituzione che presenta molti tratti in comune con le aree periferiche”.

Popolo e comunità. Se il Vocabolario della lingua italiana Treccani definisce la periferia come «la parte estrema e più marginale, contrapposta al centro, di uno spazio fisico o di un territorio più o meno ampio», San Vittore parrebbe un corpo estraneo. Ma metà dell’Agenda 2040, il rapporto su Milano che Ambrosianeum ogni anno dedica al futuro della metropoli – a quella che già nel 1881 lo scrittore Giovanni Verga definiva la città più città d’Italia – parla di periferie che stanno nel cuore urbano. Un tema, ha detto Rosangela Lodigiani presentando il volume (2 luglio), suggerito dallo stesso arcivescovo, Mario Delpini, rifacendosi alla visione di papa Francesco che proprio San Vittore volle fra le sue tappe della visita alla diocesi ambrosiana (25 marzo 2017). La periferia non più come luogo fisico estraneo alla centralità dei commerci, degli affari o della cultura, ma espressione d’una marginalità che può essere generativa per il domani e va quindi interpretata a tutto campo in modi nuovi e originali. È quanto sta accadendo col Refettorio ambrosiano, nato sulla scia di Expo 2015 (se ne parlò sulla rivista 2/2015) “per riflettere sui temi del diritto al cibo e dello spreco alimentare […] nella direzione della visione integrale dell’uomo, della responsabilità e della condivisione”, come scrive nel rapporto Luciano Gualzetti. Gestito da Caritas ambrosiana, dal lunedì al venerdì offre una cena completa a 90 persone in difficoltà, in un ambiente rigenerato e caratterizzato da opere d’arte uniche, dove le eccedenze alimentari dei mercati e della grande distribuzione vengono raccolte e rielaborate in menù ideati da chef di primo piano. Corrispondendo a una domanda che monsignor Delpini pose nel suo primo discorso di sant’Ambrogio (6 dicembre 2017), ossia come condividere la festa, nutrire la memoria comune, sentirsi sempre più un popolo e una comunità, è divenuto “un posto ideale per riflettere su temi quali lo spreco, l’accoglienza, la rinascita e la solidarietà”. Oltre 2.300 ragazzi delle scuole e degli oratori hanno già preso parte ai laboratori che insistono su queste tematiche, pranzando con gli ospiti del Refettorio e ponendo loro delle domande. Un incontro che riguarda pure gli anziani, altra periferia del nostro tempo: spesso rimasti soli “si alimentano male, smettono di cucinare piatti che conoscevano, non perché non ne siano più capaci, ma perché non sono motivati”. A loro è dedicata la mattina del venerdì, quando si ritrovano nella sala del Refettorio e insieme decidono il menù e poi lo realizzano. “Sono luoghi così – conclude Gualzetti – che creano legami e creare legami è il processo contrario della frammentazione, che è quello che crea le periferie, intese in senso simbolico oltre che spaziale”.

Food policy. L’immagine di Milano ereditata dagli anni del boom è quella d’una città frenetica e industriale, capitale degli scambi e degli interessi economici gravitanti intorno alle banche e alla Borsa. Sorprende dunque scoprire che è anche un comune agricolo di non disprezzabili dimensioni: 2.700 ettari all’interno dei confini municipali sono destinati ad attività di allevamento e coltivazione, che salgono a 652 mila ettari nell’area metropolitana. Sono dati che fanno riflettere, soprattutto pensando a come il processo di urbanizzazione del secondo dopoguerra abbia trasformato la campagna in una dimensione di marginalità. Di pari passo tuttavia si è diffusa una nuova sensibilità verso le produzioni agricole di filiera corta con la diffusione degli orti urbani, delle fattorie sociali, dei mercati a chilometro zero, dei gruppi di acquisto solidali e degli agriturismi “segno di una crescente consapevolezza del valore dell’agricoltura – anche in ambito urbano – e della necessità di ripensarne le forme e di svilupparne il potenziale in termini di integrazione e costruzione di legami, di sicurezza alimentare e di impatti sull’ambiente e sul territorio”, argomenta Rossana Torri. In questa svolta Milano è stata favorita da Expo 2015 dedicata al cibo e alla nutrizione in quanto, unica città italiana ad averlo fatto, già nel 2014 si era dotata d’una Food policy al pari di New York, Londra, Toronto e Melbourne: un documento che detta le linee delle “politiche sul cibo entro un orizzonte di medio termine e per rendere il sistema alimentare cittadino più equo e sostenibile”. Senza questi passaggi forse, un’opera come il Refettorio ambrosiano sarebbe stata impensabile. Snodi non casuali, che monsignor Delpini ha evocato nella convinzione che “dare vita alla città sia l’esito di una visione del mondo e dell’interpretazione della vocazione dell’uomo“. Idee che trovano applicazione nel disegno stesso della metropoli e che nel 2016 hanno portato all’elezione d’un sindaco (Giuseppe Sala) che proprio sulla ricucitura delle periferie aveva impostato la campagna elettorale. Idee che procedono di pari passo fra il reale e il simbolico e il cui senso profetico riconduce all’ubicazione del carcere di San Vittore e alla domanda se sia giusto che stia proprio lì. “ – risponde l’Agenda 2040 – assolutamente sì. Sia per i detenuti, sia per chi sta intorno ai detenuti, cioè i parenti, ma anche per noi cittadini. È come se non ci fosse una dinamica espulsiva di non vedere, di non voler tenere conto, gli errori non sono lontani e distanti da noi. Fa parte anche del nostro vivere e o cerchiamo di includerla come dinamica o altrimenti ci si ritorce contro”.

Stefano Di Battista

tratto dalla rivista Anspi Oratori e Circoli n°4/2018