L’apocalisse ecologica per il momento non è in programma

Nel 2001 divenne famoso per un libro che scardinava la convinzione che la Terra fosse ormai a un passo dal baratro ecologico. In quelle pagine anzi, Bjørn Lomborg dimostrava come, specie nei Paesi in via di sviluppo, lo scenario fosse in via di costante miglioramento: inquinamento, deforestazione, minacce alla biodiversità sono sopravvalutate perché l’informazione ambientale cavalca l’onda dell’allarmismo. Il quotidiano inglese Daily Telegraph lodò il volume come il più importante mai scritto sull’ecologismo. Lomborg non nega il riscaldamento globale, ma la sua tesi è che «non moriremo tutti per questo».

In un recente articolo ha scritto che in Bangladesh 1 dollaro investito in pannelli solari rende appena 1,80 dollari mentre se investito in generatori diesel ne rende 25. Ma dopo Cop21 c’è pressione sui Paesi in via di sviluppo perché rinuncino ai combustibili fossili. È d’accordo? L’Agenzia internazionale dell’energia stima che anche nel 2040, pur con tutte le nazioni che soddisfino le promesse fatte a Parigi, il mondo ricaverà il 74% della sua energia dai combustibili fossili. Ovviamente non siamo affatto lontani dall’abolirli. Ciò di cui abbiamo bisogno però è una chiara comprensione del fatto che l’energia economica e abbondante è fondamentale per lo sviluppo e per ora questa deriva soprattutto dai combustibili fossili. Per affrontare il cambiamento climatico le nazioni ricche dovrebbero investire molto di più nella ricerca e nello sviluppo di energia verde per renderla più efficiente e meno costosa. Se l’energia verde potrà sostituire i combustibili fossili tutti vorranno averla, comprese India e Cina. La soluzione al cambiamento climatico non risiede nel fallito approccio politico di Parigi, ma nell’innovazione.

Lo scorso 2 agosto è stato annunciato l’overshoot day, cioè il giorno in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse rinnovabili a disposizione nel 2017, entrando così in debito con la Terra. Ma sono credibili questi indicatori ecologici? No. Per oltre un decennio il Wwf (World wildlife fund: ndr) e altre organizzazioni ambientaliste hanno eseguito calcoli complicati per determinare la nostra ‘impronta ecologica’ sul pianeta. Nella loro narrativa, crescita della popolazione e standard di vita più elevati significano che ora stiamo usando 1,7 pianeti e stiamo esaurendo le risorse così rapidamente che entro il 2030 avremmo bisogno di due pianeti per sostenerci. Se tutti dovessero improvvisamente raggiungere gli standard di vita americani, avremmo bisogno di quasi cinque pianeti. Il messaggio è inequivocabile: il Wwf ci dice che siamo di fronte a una «stretta creditizia ecologica» che incombe, rischiando «un crollo dell’ecosistema su larga scala». Ma questo allarme è quasi del tutto falso. L’impronta ecologica cerca di valutare tutto il nostro utilizzo di territorio e confrontarlo con quanto è disponibile. In totale il territorio necessario rappresenta il 67% dell’area biologicamente produttiva nel mondo e quindi un pianeta è sufficiente. Ciò che, nei calcoli, rende l’impronta ecologica superiore all’area disponibile sono le emissioni di anidride carbonica: ma come si traducono in territorio? Sono calcoli fuorvianti e una recente revisione ha rilevato come «le misure dell’impronta ecologica sono così ingannevoli da precludere il loro uso in contesti scientifici o politici».

Nella Laudato si’ papa Francesco scrive che il cambiamento climatico è responsabilità dell’uomo. Cosa ne pensa? Sì, è un problema ed è nostra responsabilità: ma va risolto in modo responsabile. Puntare tutto sull’eliminazione dei combustibili fossili non solo non aiuta ma è anche improbabile avvenga. Dobbiamo valutare costi e benefici. Le migliori stime mostrano che l’attuale riscaldamento globale ha un costo netto pari a zero. Se non agiremo salirà al 2% del Prodotto interno lordo globale in mezzo secolo e al 3-4% all’inizio del XXII secolo. Ma le politiche climatiche applaudite a Parigi sono essenzialmente gesti a costo elevato e a basso impatto. L’Unione europea destinerà quest’anno il 20% del suo bilancio ad azioni legate al clima. Tenendo conto del costo totale per un’economia a crescita lenta il conto sarà di circa 209 miliardi di euro per un vantaggio incredibilmente piccolo. Considerando gli impegni assunti dall’Unione europea fino al 2030 per ridurre le emissioni di anidride carbonica in base agli accordi di Parigi, nel più ottimistico scenario la mia analisi mostra che entro il 2100 impedirebbero il riscaldamento solo di 0,053 °C. La preoccupazione di papa Francesco per i poveri è chiara, ma le politiche climatiche di oggi faranno poco per loro. Una verità crudele è che quasi ogni sfida significativa sulla Terra colpisce i poveri più dei ricchi: la fame, la mancanza d’acqua potabile, la malaria, l’inquinamento degli ambienti domestici. La domanda quindi è: come s’interviene verso i più vulnerabili? Un ragionevole punto di partenza è ascoltare i cittadini del mondo. Un sondaggio promosso dalle Nazioni Unite su quasi dieci milioni di persone ha rilevato che altri problemi sono considerati più urgenti: l’istruzione, la salute, l’occupazione, la corruzione e la nutrizione. Di 16 temi, il clima ha la priorità più bassa.

Nell’Ambientalista scettico ha descritto un mondo molto meno compromesso di ciò che si dice. Qual è la sua opinione oggi? Questi vent’anni hanno solo confermato le mie previsioni: stiamo meglio su quasi tutti gli indicatori. Negli ultimi 25 anni abbiamo liberato un miliardo di persone dalla povertà. Nel 1990, 12 milioni di bambini morivano entro i cinque anni, ora sono meno di 6 milioni. Dobbiamo riconoscere che certi allarmi possono avere un fondo di verità ma, perlopiù, ignorano il quadro generale: le cose stanno migliorando. Ciò non significa che non ci siano problemi, ma che non dovremmo andare nel panico e scegliere cattive politiche che costano molto e fanno poco. Piuttosto, dovremmo prima concentrarci sulle soluzioni più ovvie ed economiche. Un esempio d’investimento intelligente è quello che sta affrontando l’inquinamento dell’aria domestica causato dalla cottura e dal riscaldamento a fuoco vivo nei Paesi in via di sviluppo: uno tra i più grandi killer ambientali, che ha ucciso 2,9 milioni di persone nel 2015 e i cui effetti sulla salute sono stimati in circa 333 miliardi di dollari di costi annuali. Spendendo solo 25 milioni di dollari all’anno per stufe che meglio si adattino alle cotture domestiche e favorendone l’adozione si arriverebbe a salvare fra 60 mila a 120 mila vite. Un beneficio equivalente a 250-500 volte il costo iniziale.

Stefano Di Battista

tratto dalla rivista Anspi Oratori e Circoli n°1/2018