L’enigma ‘Bennu’

A inizio dicembre, la sonda Nasa Osiris-Rex ha raggiunto un asteroide davvero curioso: Bennu. Molti i misteri che dovrà rivelarci la sonda americana. Intanto, se in passato Bennu sia stata una cometa e poi, dopo una sorta di “outing” cosmico, abbia deciso di diventare un asteroide. E, considerando che il confine tra i due corpi celesti è molto poco definito, la cosa diventa accettabilissima. A questi corpi hanno dato anche un nome: “Main Belt Comets”.

Alberto Cellino, dell’INAF di Torino, ha affermato che Bennu rappresenta un oggetto “border line”, difficile da collocarsi come tipologia. Poi, Osiris dovrà cercare di svelarci la provenienza di tutta quell’acqua trattenuta nei cristalli dei minerali (silicati idrati) che compongono la superficie dell’asteroide. A questo studio si sta dedicando anche l’esobiologo J R Brucato dell’INAF di Arcetri.

La presenza dei silicati idrati, materiale antichissimo formatosi nella nebulosa protosolare che ha dato origine ai pianeti, fa supporre che Bennu si sia formato lontano dalla fascia degli asteroidi, dove oggi abita. Quasi sicuramente, esso è nato molto più lontano ed è poi migrato, a causa di interazioni gravitazionali, là dove si trova oggi. Anche la presenza di materiali volatili, trovati sulla superficie di Bennu, indirizzano in questa direzione. Altra caratteristica notata di Bennu è la sua poca riflettività alla luce solare che lo colpisce. Questo induce a pensare che la sua superficie sia composta da metalli e materiale organico. Ne sapremo di più quando riceveremo i suoi campioni riportati a Terra.

Ancora una volta dobbiamo ringraziare lo studio della luce proveniente da Bennu, eseguito mediante spettrografia e svolto dal team della Royal Astronomical Society. Lo studio spettroscopico che ha riguardato l’asteroide, ha coinvolto anche l’europeo Very Large telescope situato sulle Ande cilene. Lo studio della luce proveniente da Bennu in diversi periodi, ha permesso ai ricercatori di determinare alcune proprietà fisiche di quest’ultimo. Oggi sappiamo che la sua superficie presenta sia aree ricche di grossi massi sia zone che ne sono completamente prive. Inoltre, la presenza di acqua all’interno dei minerali conferma che Bennu rappresenta la porzione di un corpo molto più grande che si sarebbe frammentato. Infatti, la massa dell’asteroide è troppo esigua per aver permesso all’acqua di rimanere su di esso. Ma Osiris-Rex ha anche delle aspirazioni: diventare la prima sonda ad orbitare così vicino (7 Km) ad un corpo celeste tanto piccolo (circa 500 metri).

Senza creare patemi d’animo, dobbiamo, per dovere di cronaca, segnalare un’altra finalità della missione Osiris-Rex: misurare l’effetto Yarkovsky. Come molti “colleghi”, Bennu fa parte dei PHA (Potentially Hazardous Asteroids – asteroidi potenzialmente pericolosi). Questo non vuol dire che domani ci cadrà sulla testa ma che, in un futuro abbastanza lontano (tra il 2175 e il 2196), la probabilità che ciò accada non è “0”. In numeri: 1/2700 = una possibilità su 2700, ovvero il 99,963% che l’impatto non avvenga. Tranquilli, è più facile vincere ad una lotteria. Perciò, asteroidi come Bennu vengono costantemente monitorati da una rete dedicata di telescopi per conoscere in anticipo le orbite che essi avranno nel tempo. Questa attività risulta tuttavia molto impegnativa perché, corpi come il nostro simpatico sassone, possono variare la loro orbita a causa di interazioni con pianeti o altri asteroidi. L’effetto Yarkovsky, studia come la radiazione solare altera l’orbita di un corpo celeste. Proprio questo effetto potrebbe deviare un asteroide da un percorso che lo porterebbe ad impattare con la nostra cara Culla Cosmica.

Miro Bertinotti

Miro Bertinotti

Articolista & curatore della rubrica Karamelle Spaziali di Karamellenews.it