L’ultima Superluna del 2020 e la poesia dei Pleniluni. Fotogallery esclusiva

I nomi coniati dai nativi nordamericani per le Lune Piene mensili, ci indicano quanto stretto fosse il rapporto di sintonia tra uomo, natura e cosmo.

Nella notte tra il 7 e 8 maggio, abbiamo potuto ammirare, dopo i pleniluni di febbraio e marzo e aprile, l’ultima Superluna del 2020. Il termine Superluna non è astronomicamente corretto, si preferisce definirlo “Plenilunio al perigeo”, ovvero una Luna piena che si manifesta alla minima distanza dalla Terra. A maggio tale distanza è stata di 361.184 Km (valore medio= 384.000 Km). In effetti il nostro satellite, in questa configurazione, si presenta più luminoso del 7% e più grande del 15%, ma rilevarlo visivamente non è facile.  Per apprezzare meglio il fenomeno è consigliabile osservare la Luna al sorgere o al tramonto, quando essa si inserisce nel paesaggio terrestre. Presso alcune popolazioni del Nord est dell’America, in particolare la tribù degli Algonchini, ma anche europee come i Celti, era consuetudine indicare le Lune piene di ogni mese con nomi che richiamassero le attività agricole o le caratteristiche meteorologiche del periodo; abitudine conservata soprattutto in America. Così, a maggio abbiamo la Luna dei fiori (Flowers Moon) perché in questo mese i campi si coprivano di splendidi fiori, ma anche Milk Moon visto che i pascoli davano grande nutrimento alle greggi o anche Corn Planting Moon periodo di semina del grano. Giugno, mese nel quale si raccolgono le fragole aveva la Stawberry Moon, ma anche la Luna del miele e delle Rose. Buck Moon era legato a luglio, mese nel quale ai cervi spuntavano sulla fronte le nuove corna; altri nomi sono Luna dei temporali, o del fieno (Hay Moon). Sturgeon Moon ad agosto, indicava la stagione di abbondante pesca dello storione nei Grandi Laghi nordamericani. Settembre, mese del grano e della vendemmia, è definito Corn Moon.

A ottobre, la Harvest Moon salutava il raccolto ma veniva detta anche Luna di Sangue o del cacciatore (Hunter’s Moon). La luna di novembre, o Beaver Moon era legata alla caccia al castoro che forniva le calde pellicce per l’inverno imminente, prima che gli stagni gelassero. Era detta anche Frosty Moon. Dicembre mostrava la Cold Moon, dove le lunghe e fredde notti vedevano il nostro satellite permanere per molte ore brillare nel cielo. A gennaio l’ululato dei lupi affamati presso i villaggi indicano la Wolf Moon e Long nights Moon.  Per i Celti era la Luna del dopo Yule (solstizio invernale). Le abbondanti nevicate di febbraio caratterizzavano le Snow e Hunger Moon (della fame) per la scarsità della caccia. A marzo, il disgelo rendeva la terra morbida e ricca di lombrichi. Abbiamo dunque la Luna del Verme (Worm Moon) o anche del seme e del corvo, che col suo gracchiare annunciava la nuova stagione. I colonizzatori europei la definivano Luna di Quaresima, i Celti, Luna dei venti. La fioritura della Phlox, pianta rosata simile all’ortensia, definisce Luna rosa (Pink Moon) quella di aprile. Le popolazioni costiere la indicavano come Luna dei Pesci perché questi risalivano i fiumi per deporre le uova. E’ conosciuta anche come Luna dell’uovo e dell’Erba che germoglia.

A volte accede che un mese presenti due pleniluni (durando un mese lunare 29.5 giorni). In tal caso, il secondo viene definito Blue Moon.

Miro Bertinotti

Foto di Miro Bertinotti

Miro Bertinotti

Articolista & curatore della rubrica Karamelle Spaziali di Karamellenews.it