Ricucire le città dando valore ai legami delle periferie

Scrive papa Francesco in un passaggio della Laudato si’: «Per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, l’esperienza quotidiana di passare dall’affollamento all’anonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza. Tuttavia mi preme ribadire che l’amore è più forte. Tante persone, in queste condizioni, sono capaci di tessere legami di appartenenza e di convivenza che trasformano l’affollamento in un’esperienza comunitaria in cui si infrangono le pareti dell’io e si superano le barriere dell’egoismo. Questa esperienza di salvezza comunitaria è ciò che spesso suscita reazioni creative per migliorare un edificio o un quartiere». Lo spirito dell’enciclica viene ripreso da don Virginio Colmegna quando argomenta che «la città convoca a sé una serie di riflessioni. È necessario un grande investimento etico e culturale per superare l’emarginazione nelle periferie. Si tratta d’un processo lungo e che richiede solidarietà». Da Napoli al Corviale. Fu il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos (78 anni) a parlare di linee abissali, categorie che dichiarano l’irrilevanza di ciò che sta oltre: nord e sud per esempio, oppure ricchi e poveri. Una descrizione della realtà che vale anche per il tessuto urbano, basato tuttavia su un concetto geografico che, semmai abbia avuto senso, risulta oggi ampiamente superato. «L’idea semplificata di periferia fondata sulla distanza dal centro – spiega l’architetto Stefano Boeri – è stata sostituita dal concetto dell’assenza, soprattutto nel campo dei servizi al cittadino». Eclatanti in tal senso sono i Quartieri Spagnoli che sorgono nel cuore di Napoli così come il nucleo dei carruggi di Genova. Giovanni Allegretti, urbanista all’Università di Coimbra (Portogallo), va oltre raccontando che quando si propose l’abbattimento di quel simbolo delle periferie alienanti che è il Corviale di Roma, un condominio di undici piani lungo 960 metri, gli abitanti si opposero proprio per il timore di perdere quei servizi che, negli anni, erano riusciti a conquistare: gli uffici del Municipio XI, l’ambulatorio, il centro per il disagio mentale e il comando dei vigili urbani. Palestra di umanità. «Non c’è città senza periferia» aggiunge Gabriele Rabaiotti, che a Milano è assessore all’urbanistica e che insiste per un piano del territorio «che sappia portare elementi di novità e bellezza là dove oggi c’è il degrado». La sua idea di ricucitura fa perno sulla scuola, il luogo che accoglie tutti. Ma don Colmegna ricorda che le periferie evocate da papa Francesco oltre che geografiche sono culturali ed esistenziali. «Occorre ripartire da quelle zone che, in apparenza, sono lasciate ai margini perché funzionali al consenso elettorale. Il concetto di sicurezza che oggi va per la maggiore è un’esibizione di onnipotenza perché non conosce limiti. Va invece abbassata la cultura dell’io per recuperare quell’amicizia civica che evocava il cardinal Carlo Maria Martini». In questa direzione un contributo primario lo svolgono le parrocchie, come racconta Un pomeriggio all’oratorio, il volume curato da Nando Pagnoncelli che raccoglie i dati dell’indagine commissionata dal Forum degli oratori italiani e dal Servizio per la pastorale giovanile. «Nel nostro immaginario – ha scritto don Giovanni D’Andrea, presidente di Salesiani per il sociale, sul mensile Vita – l’oratorio è il luogo della socializzazione, del gioco e dello svago. Diversi di noi ci sono passati in giovane età. Lo stesso Pagnoncelli deve all’oratorio di una parrocchia di Bergamo parte della sua formazione quando nella presentazione del testo dice: “Intorno ai 13-14 anni il curato ci faceva lezioni di buona politica, ci insegnava ad osservare il quartiere, a farci carico dei problemi degli altri e ci educava alla partecipazione”. È quello che don Bosco definisce la formazione “dell’onesto cittadino e del buon cristiano”. È indubbio il valore socio educativo dell’oratorio centro giovanile che insieme alle altre agenzie educative del territorio contribuisce a creare la rete educativa a favore delle giovani generazioni lì presenti. Non è dunque l’oratorio che agisce da solo ma sempre più e sempre meglio in un lavoro di rete. Don Michele Falabretti, responsabile nazionale della Pastorale giovanile, lo definisce insieme alla scuola “la più grande palestra di umanità e di relazioni umane che si possa immaginare”». Sostiene Allegretti che la sfida odierna è trasformare la società trasformando la città. La vicenda dell’oratorio richiama però un movimento inverso che, incrociando il progetto urbanistico, lo colma di obiettivi e di senso.

Stefano Di Battista