“Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa” di Luis Sepúlveda: la recensione del libro

Una nuova, commovente favola di Luis Sepύlveda, che attraverso lo stile determinato e poetico che gli appartiene, torna a destarci dall’inerzia e dall’impassibilità nei confronti di una natura costantemente violata e depauperata. Un racconto breve, soltanto un centinaio di pagine, che sarebbe consigliabile leggere ai bambini e con i bambini, per cogliere le loro reazioni di sdegno, di triste incredulità e di una obliata empatia, assumendocene – come adulti – la conseguente, indifferibile responsabilità.

E’ la storia di un’enorme balena del colore della luna, elegante capodoglio, raro testimone del silenzio e della profonda oscurità degli abissi e quieto difensore di un mare sfiorato dalla luce tremula del sole a scandire il tempo. Una specie che suscita e merita solenne rispetto, come ricordano le citazioni di Plinio il Vecchio e Homero Aridjis  in apertura di testo.

E’ la storia di una leggenda, quella della Gente del Mare, i Lafkenche, uomini giusti e grati il cui destino si intreccia, per prodigio anche fisicamente, con quello delle balene, nella comune e paziente attesa del viaggio finale verso il luogo in cui saranno eternamente salvi.

Un libro che insegna, attraverso gli occhi del capodoglio e dei suoi simili, la tolleranza, la solidarietà e la compassione nel suo significato etimologico. Gli occhi della balena, innocenti ed ingenui, scrutano, contemporaneamente esplorano la terraferma e la vastità dell’Oceano; curiosi indagano l’uomo, interessati dal suo coraggio nello sfidare l’impeto dei flutti. Sono occhi lusingati dall’ammirazione suscitata, occhi che presto, tragicamente, si trasformano. Atterriti dagli stessi esseri che, inadeguati a solcare le acque, si illudono di dominarle senza più alcun ossequio.

Alla gioia nel ritrovarsi delle più grandi creature del mare ed al loro amorevole accudimento reciproco, si contrappone la paura dell’incontro con l’uomo assieme all’odio immotivato ed alla disperazione dello scontro fra l’uomo.

Quella di Sepύlveda è una denuncia pungente e provocatoria a voler scardinare il torpore diffuso di cui siamo colpevoli vittime.  Un’imbarazzante presa di coscienza del fatto che i balenieri siano solo una delle rappresentazioni di un’ostinata ed inarrestabile avidità. La struggente descrizione da parte di Mocha Dick, tormentato guardiano fra la costa e l’isola di Mocha, dell’incomprensibile, devastante ingerenza umana che lo costringe a diventare l’implacabile giustizia del mare.

Con gli occhi dei più piccoli, ancora colmi di fiducia, possiamo tradurre il racconto in  un efficace invito a scelte più consapevoli e ponderate e ad un sentimento di riconoscenza nei confronti dell’ambiente. Un invito, chissà, a riscrivere pagine e un lieto finale circa una maestosa e mite balena bianca.

Lucia Terramoccia

Lucia Terramoccia

Articolista & curatrice delle rubriche: "Karamelle al Cinema" e "E...state in Buona Lettura di Karamellenews.it