“Tutte le volte che ho pianto” di Catena Fiorello: la recensione del libro

Se c’è un messaggio di cui abbiamo costantemente bisogno è quello che ci ricordi come l’intera esistenza sia energia, sia intensità di percezioni, di gesti, di sguardi. E con il suo nuovo romanzo Catena Fiorello riesce a celebrare il coraggio di vivere con tale e tanta intensità.

Un racconto delicato, di una sensibilità esplicita, come quella della protagonista Flora, quarantenne indipendente e tenace, che ci rivela candidamente delle molte volte in cui ha pianto. Lacrime di gioia, di tenerezza, dispiacere o nostalgia. Lacrime di vita. Di quell’esistenza vissuta appieno, tra i ritmi frenetici dell’oggi ed i ricordi indelebili di ciò che fu. Un libro che, già nella dedica e nella prefazione, suscita la nostra empatia, con le considerazioni legate al pianto ed alla musica, così profondamente intuitive eppure così spesso trascurate, dimenticate.

Sì, il pianto e la musica a scandire momenti essenziali, a liberare emozioni o solo pensieri trattenuti, senza più alcun inutile pudore.

Un matrimonio naufragato, nonostante un solido affetto  e la positività di intenti, un orgoglio incompreso, la diffidenza verso gli uomini. L’imprevedibile opportunità di una nuova storia. Ma, soprattutto, la dolorosa memoria della sorella Giovanna, figura dominante, che sembra reggere amorevolmente le fila di ogni relazione. E di amore è intrisa ogni pagina: l’amore fraterno, quello coniugale, l’amore acerbo, quello viscerale, più volte ribadito e dimostrato, di una madre che è anche figlia; l’amore amicale, l’amore passionale, l’ancora incompreso amore omosessuale, nella difficoltà di dedicare a ciascun individuo l’attenzione che merita.

Con grande spontaneità, sottilmente, l’autrice ci regala brevi, ma efficaci riflessioni su temi fondamentali che restano mirabilmente incastonati nel fluire di una quotidianità conosciuta. E così Flora riesce a trovare lo spunto per interrogarsi sulla fede, la solidarietà, la massificazione, l’impoverimento di una società meno abituata al pensiero critico e più abbagliata dalla futilità.

La Terra di Sicilia ci ospita con l’accoglienza del suo mare, “la mia smania”, come lo definisce Flora: un rifugio, la personificazione di molteplici stati d’animo, con il suo sole, con il significato prezioso della famiglia ed il privilegio di una normalità da benedire, contrapposta alla malattia, alla paura della solitudine, alla violenza, al distacco perenne. Quanto basta per recuperare e conservare la fiducia in sé e nel prossimo, per accettare la sofferenza, per credere nell’occasione di elaborare, attraverso una forma d’arte, un lutto mai superato. E, districandosi fra la resistenza a concedersi un altro inizio ed un innato senso del dovere, Flora ci insegna il vero rispetto di sé e degli altri, con determinazione e senza recriminazioni.

Arriviamo all’ultima pagina non senza aver pianto, condividendo una complessità di sensazioni. Ci piace concludere al modo di Bianca, l’adorata figlia quindicenne. “Amen, mamma, amen”! Con la saggezza e la spensieratezza adolescenziale che sdrammatizza, ridimensiona quando può, ma partecipa e coinvolge con l’intensità che cercavamo.

 

Lucia Terramoccia

Lucia Terramoccia

Articolista & curatrice delle rubriche: "Karamelle al Cinema" e "E...state in Buona Lettura" di Karamellenews.it